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30/01/2019
Gianna Fratta docente alla Bocconi di Milano



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10/10/2012

Il ritmo della conoscenza: Gianna Fratta incontra Maurizio «Manolo» Zanolla


Che cos’hanno in comune una direttrice d’orchestra e un alpinista? Appartengono a due mondi assai differenti: diverse fisicità e attitudini, diversi i percorsi per apprendere, diversi i mondi in cui i loro talenti si esprimono. Eppure l’incontro tra loro rivela continue e inattese affinità, nel modo di affrontare le difficoltà, nella strada per raggiungere i propri obiettivi, nell’istinto della passione.
 
Gianna Fratta, pianista e direttrice d’orchestra, è stata la prima donna a dirigere gli orchestrali del Teatro Petruzzelli di Bari, la Sinfonica di Macao (Cina), i Berliner Symphoniker, la prima donna italiana a guidare l’orchestra dell’Opera di Roma. Maurizio Zanolla, più conosciuto come Manolo o il Mago, è stato l’inventore in Italia dell’arrampicata libera, quella fatta solo grazie all’appiglio fornito dalle mani e dai piedi, senza alcun aiuto esterno. Ha superato livelli di difficoltà prima impensabili, dedicandosi anche all’arrampicata free solo, cioè quella senza alcuna imbragatura o protezione.
 
Gianna Fratta è abituata a stare in mezzo a molte persone, a guidare gruppi di musicisti numerosi e fatti di personalità assai diverse. Manolo vive nel silenzio delle pareti di roccia, concentrato sul lavoro del proprio corpo, dei propri muscoli e dei propri tendini.
 
Non si erano mai incontrati prima. Per iS hanno accettato di confrontarsi, discutendo delle proprie esperienze e della propria vita. Ne è nato un dialogo serrato, che ha svelato somiglianze inattese, come la strana irrequietezza di entrambi da bambini, che li ha fatti discutere di sacrificio e fatica, di metodo e di inquietudine, di come si impara e come si fa a trasmettere agli altri quello che si sa e di molte altre cose ancora.
 
“…è importante coltivare il talento, ed è qui che entra in gioco il carattere: non tutti sono disposti ad accettare una condizione così dura”. Manolo
 
 
DOVE NASCE LA PASSIONE
FRATTA. Questa passione è nata che ero bambina. Ero iperattiva e di dormire non ne volevo sapere. Per cercare di calmarmi e di farmi arrivare stanca alla sera, i miei genitori mi hanno iscritta a tutti i corsi possibili. Ho fatto nuoto, danza, qualsiasi cosa che sfiancasse le mie energie. Però solo quando ho iniziato a studiare pianoforte al Conservatorio a Milano ho capito di aver trovato qualcosa di speciale a cui dedicarmi. La prima volta che ho sentito un’orchestra suonare ero al Teatro Sociale di Como ed è stato allora che mi sono detta: io voglio fare quel lavoro lì, quello di quel signore che agita la bacchetta, voglio fare il direttore.
 
MANOLO. Questa faccenda del non dormire mi ricorda mio figlio, che non ha dormito per i primi 3 anni di vita. E mi ricorda un po’ anche me stesso: l’essere attivo faceva parte della mia natura e purtroppo non avevo modo di scaricare questa energia. Ricordo che mio padre mi costruì una rete e dovette farmela bella alta per evitare che io la scavalcassi. La cosa strana è che nella mia famiglia non c’era alcun interesse per l’alpinismo, nessuno praticava questo sport e le montagne era come se non esistessero. A un certo punto ho iniziato a osservarle e a chiedermi quali fossero i loro nomi, a voler capire dove sorgesse il sole e dove andasse a dormire. E da qui a decidere di andarci, su quelle stesse montagne che mi affascinavano, il passo è stato breve. Ciò che ancora adesso mi colpisce, della nascita di questa passione, è che pur non sapendo che cosa fosse un moschettone ho rivoluzionato il modo di arrampicare, come se io fossi nato per scalare. È stata una fortuna trovare una passione nella vita, visto che sono moltissime le cose che non so fare.
 
LA LUNGA STRADA DELL’ESERCIZIO
Gianna Fratta, mentre parla e mentre ascolta, non smette di suonare. La sua mano sul tavolo non produce alcun rumore, ma continua a muoversi come se sotto di sé avesse i tasti del pianoforte, sul quale continua ad esercitarsi.
 
FRATTA. L’esercizio mi permette di relazionarmi con il mio corpo e con lo strumento. Anche noi musicisti abbiamo una forte componente di fisicità, diversa rispetto a quella dell’arrampicata, ma che ci permette di sentire la bellezza dei muscoli stanchi. È un rapporto tra il mio fisico e lo strumento che ho davanti, che deve diventare una parte di me. L’esercizio è quotidiano, ripetitivo, stancante e infinito. Non smetterò mai di allenarmi. Tutti, anche i grandi direttori o i musicisti anziani, devono ricreare ogni giorno il loro personale rapporto con lo strumento. Quando mi capita di non poter studiare per tre giorni, poi devo ristabilire questa relazione, come succede con una persona che non vedi da tanto.
 
MANOLO. Nel mio caso la disciplina si è scontrata con il mio carattere disordinato e disorganizzato. Non riuscivo per nulla a capire che fosse necessario avere un metodo, e quindi una rigidità e una disciplina che non accettavo. Avevo dalla mia il talento, riuscivo a vincere nelle competizioni, ma non mi stimolavano. Ho optato allora per un’attività e un mio personale modo di apprendere basato su tentativi e sperimentazioni. Volevo rompere gli schemi e le costrizioni. Senza sottopormi ad alcuna disciplina ho guardato diversamente le montagne e ho immaginato e poi messo in atto un modo diverso di arrampicare, esplorandolo senza nessuna guida. Solo più tardi, anche troppo tardi, è arrivata la consapevolezza che l’esercizio costante e l’allenamento “schematico” sono indispensabili per migliorare, non so dire se rispetto agli altri o solo a me stesso. A questo punto sono passato dal mio personale disordine alla disciplina sportiva, scoprendo in me qualcosa che prima non mi apparteneva. Ho iniziato a esercitarmi in modo esasperato, ossessivo e con una costanza ferrea. Avevo finalmente compreso che né passione né talento possono bastare.
 
“…è la tecnica che ti permette di esprimere un’idea, di far fruttare telento, capacità e passione”. Gianna Fratta
 
FRATTA. Non credo che l’esercizio abbia avuto un ruolo così diverso nelle nostre esperienze. Abbiamo avuto due percorsi differenti, ma arriva comunque un momento, un momento preciso nella tua strada, in cui ti accorgi che devi controllare il tuo corpo, che devi sottostare alle regole e alla disciplina per raggiungere un obiettivo. Senza un metodo, che poi diventa un modo di vivere, non arrivi a certi traguardi e risultati.
 
MANOLO. Sì certo, sono d’accordo, non si raggiunge un risultato stando comodamente seduti in poltrona. Nessuno, nemmeno dotato del più alto talento, può pensare di svegliarsi un mattino e correre i 100 metri in 9 secondi. Ma è necessaria la fase dell’accettazione: senza una passione iniziale e una forte consapevolezza non solo del risultato, ma anche dell’inevitabilità dell’esercizio tecnico, non si spiegherebbe una dedizione così assoluta allo strumento, o allo sport, tale da essere maniacale e totalizzante.
 
FRATTA. La tecnica è un mezzo, non il fine, ma ci si deve passare per forza. È la tecnica che ti permette di esprimere un’idea, di far fruttare talento, capacità e passione. Se hai l’idea ma non conosci le note, o muovi le dita a stento su una tastiera, se hai l’idea ma non hai la forza fisica e mentale per aprirti un varco su quella montagna, allora l’idea è inutile e rimarrà sepolta nella tua mente. La parte atletica è il mezzo che ho per esprimere ciò che sta nella mente e trasferirlo a chi ascolta, nel mio caso.
 
MANOLO. Quindi è importante, come dicevo, coltivare il talento. Ed è qui che entra in gioco il carattere: non tutti sono disposti ad accettare questa condizione così dura.
 
L’ETÀ DELLA TECNICA
È una condizione di abnegazione, come dice Manolo, ed è spesso difficile accettarla. Gianna Fratta trascorre in media 80 giorni l’anno nella sua casa. Il resto del tempo è fatto di aerei, stanze di albergo, sale da concerto di tutto il mondo. Il giorno dell’incontro con Zanolla era in partenza per Pechino, da poco tornata da Seul. Sceglie solo hotel con un pianoforte e con una sala dove usarlo liberamente. Manolo aveva 17 anni quando, con notevole incoscienza, ha iniziato ad arrampicare senza le tradizionali sicurezze della pratica alpinistica. Oggi ha due figli, e un’età alla quale un tempo gli alpinisti erano già in pensione. Lui ha deciso di rimettersi in gioco ancora, ha scorto la possibilità di migliorare facendo leva sulla mente proprio quando il fisico comincia inevitabilmente a rispondere meno. Ha imparato ad accettare tempi di recupero più lunghi, senza rinunciare alla sua attività, piuttosto trasformandola, sapendo bene che il limite fisico prima o poi lo costringerà a smettere.
 
FRATTA. Un musicista non è grande per il suo virtuosismo o la componente tecnica, che devono comunque essere un tutt’uno con lui, ma per la capacità di emozionare e di reinterpretare un brano. Dopo aver fatto propria la parte tecnica, il maestro attraverso il suo corpo è in grado di trasmettere emozioni al suo pubblico.
 
MANOLO. Anche nell’arrampicata non bastano la qualità tecnica, la precisione, l’arte raggiunta con l’allenamento. Io preferisco improvvisare, lasciare che le cose funzionino grazie alla mia capacità di risolvere un problema nel momento in cui si presenta. Questo “andare oltre” accade ogni volta che qualcuno traccia una linea e un itinerario su una parete; dapprima nella fantasia, nella mente. Non studio la parete prima, ma arrampico a vista ed esploro i miei limiti, incuriosito all’idea di poter sempre apprendere e imparare, piuttosto che insegnare. Anche qui infatti il mio disordine e la mia incapacità di schematizzare mi impediscono di organizzare le mie conoscenze per trasmetterle agli altri.
 
SEMPRE COLPA DEL MAESTRO
FRATTA. Stai dicendo che si tratta di scegliere se imparare o insegnare? Io credo che le due strade debbano essere per forza parallele, senza escludersi, altrimenti nessuno sarebbe mai disposto a insegnare, perché immerso nei suoi impegni e nelle sue attività. Io credo che l’insegnamento sia un atto d’amore e generosità, compiuto sapendo che spesso non ti arriva nulla in cambio, o che altre volte ricevi poco. All’interno del tuo percorso però tu puoi dare.
 
MANOLO. Non dico che le cose si escludano, ma che io, per come sono fatto io, con il mio disordine, non sono in grado di insegnare in modo didascalico ciò che ho acquisito. Il mio risultato più grande è stato collezionare emozioni: come posso trasferirle didatticamente?
 
FRATTA. Insegno da vent’anni, ho iniziato presto, e ho capito che a insegnare si impara insegnando. Se vent’anni fa impiegavo ore per riuscire a risolvere il problema di uno studente, oggi so già come fare. È possibile che iniziando a insegnare anche tu possa trovare ordine nel tuo apparente disordine, trasmettendo molto di più di chi utilizza schemi o metodi rigidi. Non esiste un solo metodo per insegnare, ma una didattica tarata su chi si ha di fronte e su se stessi.
 
MANOLO. In realtà ho già provato, e mi risulta difficile strutturare un percorso perché io stesso ho iniziato senza metodo. Mi manca un anello che colleghi me, ciò che ho imparato e lo studente che mi sta davanti. Il mio esempio non basta, il metodo è indispensabile.
 
METTERSI IN SCENA
FRATTA. Il momento vero, culminante, è il concerto, la performance di fronte a un pubblico al quale trasmettere ciò che hai fatto superando la tecnica. Per me non ha alcun senso suonare o dirigere tra le mura di casa senza avere di fronte nessuno che riceva ciò che tu hai da dare. Il musicista si nutre del pubblico, delle emozioni che prova e che ritornano sotto forma di consenso e applausi.
 
MANOLO. Sorride quasi imbarazzato sotto la leggera abbronzatura. Io sono esonerato da questa responsabilità, per fortuna. L’arrampicata è un’attività egoistica, personale. Non c’è nessun pubblico, nessuno spettatore, se non la natura. Sei tu che osservi e provi delle emozioni che in quel momento vivi solo tu. Poi arrivano anche agli altri, per esempio attraverso i racconti, ma è una specie di effetto collaterale, a volte cercato e voluto, altre volte, come nel mio caso, indesiderato. Quando ho avuto per la prima volta una macchina fotografica la lasciavo sempre a casa, mi infastidiva, mi pesava. Ora molti portano la telecamera per soddisfare l’esigenza di raccontare al mondo un’emozione che io voglio vivere da solo.
 
FRATTA. Il direttore d’orchestra non solo ha un rapporto con il suo pubblico, ma anche con i musicisti che dirige: ho in mano una bacchetta che non suona e devo movimentare gruppi a volte molto grandi, che arrivano fino a 200 componenti tra orchestra, coro, macchinisti, registi. Non basta che ciascuno faccia bene il suo mestiere. L’individuo non esiste più, siamo un unico corpo in cui le singole parti devono agire meglio che se fossero da sole, per raggiungere un obiettivo comune. Il tutto diventa più della somma delle singole energie. Come direttore devo quindi possedere non solo competenze musicali e tecniche, ma anche un carisma che convinca tutti gli elementi a lasciarsi guidare da me.
 
MANOLO. Ho avvertito anche io una responsabilità di questo tipo, nei casi in cui non arrampicavo da solo. Quando ho compiuto alcune ascensioni in cordata con qualche amico, ad esempio in Norvegia o sull’Himalaya, allora sì che si doveva lavorare in équipe. Nel mio caso è la fiducia il motore trainante: il capo cordata deve essere il più bravo a prendere decisioni repentine e a trovare la strada, ha in mano la vita di tutti. Se invece torno con la mente alle mie prime scalate, penso alla fiducia dimostrata dai compagni verso un ragazzino di 17 anni che scalava senza nessuna attrezzatura e compiendo movimenti pericolosi. Occorre saper fare una manovra corretta in un frammento di secondo, la cordata si seleziona in modo naturale, non è necessario conoscersi, basta una buona affinità e quella dose di fiducia che passa attraverso un filo di corda.
 
di Eleonora Viganò
iS Magazine (ottobre 2012)




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