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18/10/2012

Gianna Fratta, presidente di giuria del “Luigi Nono”


Classe 1973, foggiana d’origine, diret­trice d’orchestra di professione. È la prima donna italiana che ha diretto le Orchestre: del Teatro dell’Opera di Roma, del Teatro Petruzzelli di Bari, della Sinfo­nica di Macao, della storica orchestra dei Berlin Symphoniker per elencare solo le più prestigiose conduzioni. Da pianista collabora con l’Ensamble Umberto Gior­dano fin dalla nascita del gruppo, facen­do tournée in tutto il mondo. Una donna a tutto tondo con una professionalità in crescente successo mondiale in un setto­re notoriamente maschile. Ha saputo tra­sformare la sua identità femminile in un elemento di forza in cui curiosità e voglia d’approfondimento le hanno consentito di ritagliarsi una fisionomia, professiona­le e non, del tutto originale. Non a caso è tra le protagoniste del docu-film “Per la mia strada”, regia di Emanuela Gior­dano, il quale racconta la storia di otto donne eccellenti nella loro professione ma lontane dai riflettori che propongo­no modelli di vita lontani dal concetto dell’apparire. Il Presidente della Repub­blica l’ha nominata, motu proprio, nel 2009, Cavaliere della Repubblica italiana con la seguente motivazione: “Per essere una brillante e promettente giovane diret­tore d’orchestra a livelli internazionali e per il talento dimostrato come pianista, che le ha fatto conseguire numerosi e prestigiosi premi”.
La Città di Venaria Reale è orgogliosa di poterla presentare quale Presidente di Giuria del concorso internazionale “Luigi Nono” che si svolgerà a fine ottobre al te­atro Concordia. Abbiamo avuto il piacere di poterla intervistare anzitempo.
 
In un’intervista ha confessato di amare in particolare la poesia in quanto é in grado di emozionare pur avvalendosi di un linguaggio sintetico, come av­viene per la musica. Recentemente il Maestro Muti ha definito la musica “La voce del mondo”. Lei come definirebbe la musica?
Non è semplice definire la musica; le defi­nizioni sono sempre complesse e a volte lasciano un senso di insoddisfazione, pur nella loro bellezza. Posso dire quello che è la musica per me; mi rendo conto che è una posizione personalistica, ma è una esperienza vissuta.
Sforzandomi di dare una definizione che sia oggettivamente valida mi sentirei di dire che la musica è un linguaggio mera­viglioso, quello dell’anima, un linguaggio universale e trasversale, che ha attraver­sato i secoli, le latitudini e i popoli di sem­pre e da sempre; è la voce del mondo, ha ragione il M° Muti, ed è anche un modo per emozionare, per arrivare al cuore sen­za bisogno di spiegazioni, intermediazio­ni, così, semplicemente, solo con delle vi­brazioni che ti arrivano dritte nella pelle, nella pancia, che ti entrano nell’anima.
Tutto questo è sicuramente vero, ma la musica per me è stato ed è anche altro; intendo per Gianna Fratta come perso­na e come musicista. Per me la musica è coincisa e continua a coincidere, quasi, con la vita, non è solo una voce, un lin­guaggio, è una forma, un contenuto, un modo di vivere e di pensare, una pre­senza che ti condiziona ogni attimo, una realtà a cui dedichi la tua esistenza, il tuo tempo, tutte le attenzioni che hai, tutto l’amore e la dedizione di cui sei capace. Per me la musica è un’esperienza totale, assoluta, una necessità. Come respirare.
Quali i motivi che hanno indirizzato la sua attività prevalentemente nella dire­zione d’orchestra?
Un sogno. Pochi motivi, solo un sogno, un baleno sorto nella mia mente a 9/10 anni, la prima volta che ho ascoltato un’orchestra dal vivo. Una sensazione così forte che ho sognato da quel mo­mento di stare al centro di quel suono, in quel posto privilegiato che ha solo il direttore d’orchestra, colui che può ascol­tare dal centro e determinare il tutto. Così ho sognato a 9 anni di stare lì, in mezzo a quella magia. Tutto il resto della vita è sta­to un lavorare per arrivare a conquistar­mi quella postazione. Tanto lavoro per un sogno, per un metro quadro: il podio.
Un metro quadro laborioso, difficile da raggiungere, prima, e da gestire, dopo. Un metro quadro che ti ridà quanto gli dai, quasi matematicamente; uno spazio che, se voluto fortemente ed ottenuto con rispetto, è il più comodo del mondo, più comodo e regale del più grande ca­stello.
In lei pare viaggiare ad alta intensità energia, curiosità e soprattutto fiducia in sé stessa. Come affronta le conse­guenze del successo e come le scon­fitte?
Le affronto. Non le salto, non giro intor­no, semplicemente vado loro incontro guardando dritta davanti. Sia ai successi che agli insuccessi e alle loro conseguen­ze, poichè entrambi servono. A volte più gli insuccessi dei successi. La curiosità e l’energia sono molto utili, anche la fiducia in se stessi. La fiducia, però, si conquista attraversando densamente e con calma i successi e gli insuccessi, lavorando af­finchè i secondi si trasformino in energia positiva e propositiva e i primi servano da spinta per andare avanti. Non si nasce con l’energia e con la curiosità, neanche con la fiducia. Sono tutte conquiste, biso­gna lavorare anche per ottenere quelle.
I successi e gli insuccessi mi hanno aiuta­to proprio in questo percorso su di me; affronto tutto come una occasione per diventare migliore.
 
Essere donna e professionista di alto profilo fino a qualche tempo fa erano elementi sociali in conflitto. Per la sua esperienza, oggi è cambiato qualcosa o resta ancora molto da fare?
Sta cambiando molto e resta tanto da fare. Purtroppo sono le donne che devo­no farlo. Le donne hanno una grande re­sponsabilità e un grande lavoro da com­piere per trasformare un habitus sociale che aveva un senso nei secoli scorsi in quelli che sono i loro nuovi bisogni, di af­fermazione di sé anche al di là dell’ambi­to familiare. Non credo nelle leggi o nelle misure garantiste, come le quote rosa, credo nell’impegno delle donne ogni giorno per dimostrare di essere all’altez­za. Le persone brave e preparate servo­no, a tutti i livelli. Una donna preparata, preparatissima, saprà trovare, con fatica certo, la sua strada. Il lavoro devono far­lo le donne, non le leggi, non gli uomini, non le parole. I fatti; si dice che le donne devono lavorare il doppio per ottenere la metà. Se questo è vero, basta lavora­re il quadruplo per ottenere tutto. Forse non è giusto, ma è quello che si deve fare adesso, per rendere questi numeri più so­stenibili nel futuro.
 
Cosa suggerisce ai giovani che vogliono intraprendere il suo percorso?
Di intraprenderlo senza paura, ma con una grande predisposizione d’animo al lavoro senza compromessi. Consiglio di non lasciarsi abbattere o disincentivare da chi dice che è difficile, o impossibi­le. Non è vero. È difficile, ma è possibile. Bisogna però lavorare con calma, senza saltare i passaggi, come quando si studia col metronomo. Non bisogna saltare ne­anche una tacca, altrimenti il passaggio non ti viene più bene, sei andato troppo in fretta. Gradino dopo gradino le cose si possono costruire, ma non bisogna spa­zientirsi, o cercare alternative, scorciato­ie. Non si arriva prima con le scorciatoie, semplicemente non si arriva. Questo, ovviamente, in un sistema meritocratico, che deve essere il solo e unico punto di riferimento.
 
Domanda banale quanto inevitabile: quali sono i suoi progetti futuri?
Vivere felice come ho fatto finora. Se poi si riferisce a quali sono i miei impegni, le dico che ne ho tanti, dirigerò molto e suonerò, insegnerò in Italia e all’este­ro, come sempre. Ma il mio principale progetto è essere felice con la musica e con la mia famiglia, continuare a stu­diare e a lavorare per essere migliore, per dare un’emozione in più quando sono su quel famoso metro quadrato, per continuare a sentire un’anziana si­gnora che alla fine di un concerto mi dice “per un’ora non ho pensato ai miei problemi”. Questi sono i miei progetti futuri.
Oriana Bergantin
per Venaria Oggi (ottobre 2012)




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