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Gianna Fratta docente alla Bocconi di Milano



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12/10/2013

Tutte le note fatate di Gianna


 
Storia di una donna che ha conquistato il mondo con la magia della musica, carica di tanta passione, sfide ed un eccezionale carisma: a tu per tu con la Fratta, una delle poche stimate Direttore d’Orchestra di levatura internazionale
 
Talento, passione e tanta, tanta forza di volontà. Queste le armi che hanno permesso a Gianna Fratta, (di origini lombarde ma trapiantata a Foggia da anni ormai) di conquistare il mondo dell’Opera e della Musica classica come Direttore d’Orchestra oltre che ottima pianista. Un percorso lungo, intenso, a volte difficile ma pieno d’importanti traguardi e preziosi riconoscimenti, che hanno premiato la sua caparbietà e tenacia, rendendola una delle poche donne in Italia e nel mondo, stimato e apprezzato Direttore d’Orchestra.
Dal Carnegie Hall di New York dove si è esibita con la sua creazione, l’Ensemble Giordano, alla Sungshin University di Seoul dove è docente di pianoforte e Opera Workshop, alle collaborazioni come Direttore ospite con la Berliner Symphoniker (prima donna) e con l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma (prima donna italiana), ha girato e gira il pianeta, portando con sé la passione estrema per la musica italiana, la figura del compositore Umberto Giordano (Foggia 1867 – Milano 1948), e la sua innata sete di conoscenza, nel tipico “atteggiamento dello studente” (come lei stessa lo definisce) ovvero quella passione e curiosità che ti permette di superare ogni ostacolo, creare nuove mete e perseguirle. Perché l’Arte, quella vera, è proprio di questa continua lotta che si nutre, in un cerchio infinito, nel momento in cui ti senti “arrivato” sei artisticamente deceduto. E sa quasi di comicità, la triste situazione del Teatro Giordano, perché Foggia, se può vantare una simile concittadina, al contempo non ha un vero Tempio della musica in cui ospitarla come Direttore stabile. Dopo tanto amore e sudore versato su podi stranieri, per il nostro Giordano, sarebbe una vittoria eccezionale.
 
-Chi è Gianna Fratta?-
La prima definizione che mi viene in mente è sicuramente un “Direttore d’Orchestra”, che è la cosa con cui mi confronto quotidianamente, la cosa che m’ identifica in un modo preciso. Potrei dire anche una pianista, potrei dire un’insegnante, potrei dire una donna di cultura. Ma non è sufficiente. Ciò in cui davvero mi identifico è Direttore d’Orchestra.
 
-Il suo curriculum è sensazionale. Sono davvero tante e importanti le mete raggiunte. Una persona come lei, ha ancora degli obiettivi?-
Credo che l’Arte sia uno dei campi in cui non ci si può mai sentire arrivati. Perché gli obiettivi non s’identificano con i traguardi raggiunti, con le orchestre dirette o con i posti frequentati o con la gente conosciuta. I traguardi s’identificano con lo studio e la conoscenza delle opere e la capacità interpretativa, e quella è una cosa talmente infinita, un mare magnum in cui non puoi mai dire effettivamente di essere arrivato. Io oggi dirigo una sinfonia di Beethoven diversamente da cinque anni fa, la dirigo oggi in modo più maturo. Il problema è perciò cosa si intende per obiettivi.
La meta della mia vita è cercare di approfondire e conoscere la musica sempre più a fondo, per cui non credo di aver raggiunto ancora i traguardi che mi sono prefissa.
 
-Per cui ciò che la stimola ad andare avanti è l’amore per la musica?-
Esattamente. L’amore per la musica, per la conoscenza, per la capacità interpretativa.
Quando ci si confronta con i grandi Direttori d’Orchestra del passato o anche del presente, si capisce di essere sempre una formica sotto un elefante. Niente è mai abbastanza.
Ho sicuramente fatto tante cose importanti, che mi hanno dato grandissima soddisfazione ma i traguardi interiori sono un’altra cosa, sono davvero lo stimolo che ti porta in avanti, con la consapevolezza che il cammino è sempre lungo e infinito.
 
-Nel panorama musicale passato e contemporaneo, quali sono i modelli fondamentali per lei, a patto che esistano delle figure modello per lei.-
Non sono una donna “seguace di altri”. Non ho una vera e completa venerazione per qualcuno, perché di molti direttori tendo a preferire determinate caratteristiche piuttosto che altre. Ad esempio, per citare due dei più grandi direttori italiani, credo che Muti sia in assoluto, il più grande interprete di Verdi, ma per il sinfonico preferisco certamente Abbado. Se proprio dovessi pensare ad un modello per la mia formazione il nome che mi viene in mente è quello di uno dei miei maestri in Direzione d’Orchestra, Yuri Ahronovitch, un grandissimo Direttore del passato, morto purtroppo dieci anni fa. Lui è stato il mio modello in senso umano però più che dal punto di vista tecnico. Mi ha insegnato a concepire la Direzione d’Orchestra non come un ruolo di potere ma di responsabilità, di servizio verso la musica.
Ahronovitch mi ha fatto piangere, mi ha fatto ridere, mi ha fatto prendere consapevolezza dei miei limiti ma anche delle mie possibilità, di quanto siamo piccoli rispetto ai compositori.
 
-Se le dovessi chiedere di spiegare anche a noi profani, cosa vuol dire salire sul podio e dirigere un’intera Orchestra, lei che parole userebbe?-
È una cosa magica. È davvero difficile dover spiegare con delle parole il perché di questa magia, perché il tuo corpo, pur senza suonare, produce dei suoni. Questa è la bellezza della Direzione d’Orchestra: senza strumento, senza produrre direttamente tu il suono, fai musica. Senti che, in base a come cambi di un centimetro il movimento della mano cambia il suono di cento persone, settanta persone, quaranta, duecento. Ed è difficile persino per me comprendere fino in fondo queste sensazioni. Tu determini una composizione musicale tramite altri esseri umani. Se cambi di un centimetro il movimento della tua mano, cambi il suono, cambia l’insieme dell’Orchestra, cambia il modo di vedere l’Opera.
È un ruolo di grande carisma e di grande responsabilità. Hai sulle tue spalle la responsabilità della riuscita di tanti altri esseri umani e sei tu a determinarne la riuscita.
 
-Un po’ come per il Regista teatrale.-
Esatto, come il Regista teatrale, che ha la responsabilità di tutto. Se l’attore sbaglia un movimento o il cantante sbaglia l’entrata, lo spettacolo è sporco e la responsabilità finale è sempre del Direttore o del Regista, anche se l’errore in quel momento è stato del cantante o dell’attore. Questo perché il Direttore o il Regista non sono stati in grado di preparare la propria squadra, favorendo la creazione di una condizione di sicurezza tale da garantire un’esibizione perfetta. Ecco perché prima parlavo di ruolo di responsabilità più che di potere. Hai sulle spalle un vero macigno, fantastico, meraviglioso, ma pur sempre macigno.
 
-Il suo percorso artistico è puntellato di esperienze straordinarie. Quale considera quella più bella?-
Tra le tante quella che mi ha colpito in modo particolare è stata la prima volta che ho diretto un’Opera. Ero appena diplomata ed è successo a Foggia, ed era un’Opera di Umberto Giordano. È stata un’esperienza entusiasmante, perché era davvero la prima volta in cui dovevo controllare cantante, orchestra e coro.
Ricordo poi con vero piacere le volte in cui ho lavorato con delle grandi Orchestre, come a Berlino con i Berliner Symphoniker, o al Teatro dell’Opera di Roma dove spesso ero la Prima Donna, e mi sentivo in dovere di dimostrare sempre qualcosa di più. Poi ci sono le esperienze come pianista e come insegnante con delle master class in Università prestigiose.
Davvero tante belle esperienze ma le prime volte sono sempre qualcosa che ti rimane un po’ nel cuore.
 
-Grazie ai suoi viaggi, lei ha sperimentato altre culture, diverse da quella italiana. All’estero hanno un modo d’intendere la musica diverso?-
Purtroppo c’è una grande supremazia della musica occidentale nel mondo. In Corea, in Giappone, in Cina impazziscono per l’Opera italiana. I teatri d’Opera sono più belli che in Europa, più grandi, pieni di gente. C’è un amore per la musica europea incredibile, nonostante posseggano la loro cultura e la loro musica, mentre noi europei, non solo italiani, siamo molto autoreferenziali. Non siamo interessati a studiare le altre culture. Nelle nostre Università non c’è il Dipartimento di musica orientale piuttosto che di musica sud americana, mentre l’estero è incredibilmente interessato alla musica, alla cultura occidentale, alla musica europea e all’Opera italiana. Per esempio L’ Oriente, ha una vera e propria passione, una venerazione per la musica europea. Per questo nel futuro risulteranno vincenti. Loro rimangono depositari della loro cultura e aggiungono alla loro la nostra. Invece noi continuiamo a pensare che la nostra musica è tutto e rimaniamo indietro. Ho una grande ammirazione per la cultura orientale perché questa curiosità di conoscere l’Occidente gli darà la marcia in più per diventare delle grandi potenze.
È chiaro che mediamente (ci sono tantissime eccezioni) tra un cantante europeo e un cantante cinese, coreano, giapponese preferisco sempre per interpretare la musica europea, l’opera italiana in particolare, un cantante europeo in quanto noi abbiamo un senso dell’Opera lirica innato. Mediamente credo che ancora il livello della musica occidentale, in particolare degli italiani sia ancora superiore, ma alla lunga ci supereranno anche in questo, perché sono molto più studiosi di noi. Hanno una forza di volontà  incredibile.
 
-In Italia si può quindi parlare di cattiva cultura musicale?-
Il grande problema in Italia è che non curiamo la formazione musicale dei più giovani. Verdi, Puccini sono impegnativi. Come può un ragazzo che non ha mai letto la “Dama delle Camelie” capire la grandiosità della “Traviata”? E quindi apprezzarla?
Mentre la canzone di tre minuti, che è immediata, ha un ritmo molto stringente, non ha una storia perché è breve, non annoia, arriva più facilmente. Non ha bisogno di una preparazione. È come leggere un fumetto e avere davanti “Guerra e Pace”. Qui ci vuole un’altra predisposizione mentale. Il problema è che se noi la costruissimo questa predisposizione mentale da quando una persona è piccola, allora si che si potrebbe parlare di apprezzare un’Opera di Verdi, di Puccini, un lavoro e una genialità di una tale  complessità di scrittura, di tessuto di unione tra il teatro, la Musica, la voce, la melodia che uno non può fare altro che rimanere a bocca aperta e non può far altro che volere andare ad ascoltare cento volte la stessa Opera, perché tu per cento volte non senti la stessa storia, ma senti un’altra interpretazione, un’altra voce.
È chiaro che se la sai cogliere questa visione la sai apprezzare, se non riesci non puoi farlo. Dovremmo fornire ai giovani i mezzi per non annoiarsi. C’è una cattiva cultura musicale, un’incuria per il nostro patrimonio musicale.
Lo lasciamo in mano a questa elite di persone di una certa età che apprezzano l’Opera un po’ per status symbol, un po’ per abitudine, un po’ per vera passione ma senza farne una cosa democratica. Perchè questo andrebbe fatto; la nostra cultura dovrebbe passare attraverso la gente, attraverso le persone di qualunque classe sociale, perché Verdi non è un patrimonio dei vecchi ricchi, ma è un patrimonio italiano. Io spero che in un futuro si possa fare qualcosa, anche perché non valutando il nostro passato non possiamo costruire il nostro futuro e sperare che qualcuno desideri ancora scrivere qualche bella opera lirica, o una canzone meravigliosa, differente da quella che fa un giovane al computer, scrive due battute e raggiunge duecentomila click in un giorno. Saranno sempre meteore senza passato ne futuro.
 
-Donna e contemporaneamente Direttore d’Orchestra. È davvero un ambiente così fortemente maschilista?-
È vero. Io non sono assolutamente una femminista accanita, sono contraria alle quote rosa, sono indifferente alle varie feste della donna, capisco che ci sono delle problematiche ma il modo di affrontarle delle donne spesso non lo condivido. Il mio mondo è sicuramente molto maschile perché il mio ruolo è maschile, poche donne hanno studiato Direzione d’Orchestra, in Italia non c’è mai stata una donna Direttore di grandi Teatri, di uno dei così detti “Enti lirici italiani” stabile. Io sono stata la prima donna Direttore d’Orchestra ospite a dirigere a Roma l’Orchestra del Teatro dell’Opera, al Petruzzelli ero la prima donna, ai Berliner Symphoniker ero la prima donna. Nel 2013 è una cosa allarmante.
C’è anche da dire che oggi poche donne si dedicano alla direzione nonostante ci siano tante bravissime musiciste.
È chiaro che i problemi sono tanti, anche perché non si è abituati ad aver sul podio una donna ed è difficile convincere un direttore artistico a darti l’opportunità di stare sul quel metro quadro. Per cui ci sono difficoltà in più ma se questo è lo stato di cose, superiamole. Qualcuno dice che noi donne
dobbiamo essere “brave il doppio, per ottenere la metà”.
Se fosse vera questa cosa allora faremo il quadruplo per essere al pari di un uomo. Se questa è l’arma, essere davvero più brave, più intelligenti, più creative ed originali facciamolo.
Apriremo la strada e tutte le donne potranno esibirsi come Direttore senza più problemi. Se questo è il momento storico, inutile lamentarsi.
Se fossimo vissute nel ‘500 avremmo avuto altri problemi, ora ci sono dei ruoli di potere in cui le donne sono sicuramente una minoranza, prendiamone atto e facciamo tutto quello che possiamo fare, in questo momento storico per superare questo limite.
 
-In virtù di questo sessismo, nel suo percorso artistico ha mai subito del mobbing? O dovuto rinunciare a qualcosa?-
No. Io ho sempre combattuto per ottenere quel che volevo. Ho avuto molte difficoltà ma come ne hanno tanti, uomini e donne. Forse ne ho avuto qualcuna in più ma non mi piace neanche pensare al mobbing. Io credo di aver ottenuto forse di meno rispetto a quanto sono brava. Ma quello che rimane della vita è sempre quello che fai. Io non credo di essere mai stata vittima di nessuno anche perché non mi piace fare la vittima ne sentirmi tale.
 
-Qual è il suo prossimo obiettivo? Qualcosa che ancora non è riuscita ad ottenere dal punto di vista lavorativo, un sogno, un desiderio, una persona con cui collaborare?-
Vorrei avere, e mi sento pronta per questo, avere la Direzione di un’Orchestra stabile.
Questa è una cosa che non ho mai fatto. Ho diretto tanto ma sempre come Direttore ospite. Adesso sono pronta ad essere Direttore stabile, quindi a lavorare sempre con un’Orchestra per portarla verso determinati obiettivi. Cosa molto difficile in Italia, pressoché impossibile, ma io vorrei farlo in Italia perché sono stanca di viaggiare. Viaggio tanto, tantissimo ma mi piacerebbe fare qualcosa nel mio paese.
Questo il sogno per il futuro: dirigere un’Orchestra stabile in Italia.
 
-Se dovesse dare dei consigli a delle nuove promesse?-
Consiglio sempre una cosa un po’ banale: studiare, senza cercare delle scorciatoie. Lo consiglio non solo a chi vuole fare il Direttore d’Orchestra ma a chiunque. Non considerare il momento del Diploma come un momento di arrivo ma come un momento di partenza. Hai un titolo, dopo devi cominciare dalle piccole cose. Io ho iniziato a dirigere le orchestrine di cinque, dieci persone, piccole. Non fa nulla. È l’inizio. Consiglio di iniziare con pazienza e di superare gli ostacoli man mano con tenacia. Lavorare e non smettere di studiare. Il grande problema è che la gente molto spesso si stanca di studiare e pensa di vivere di rendita dello studiato. Il nostro non è un mestiere in cui ti puoi permettere questo atteggiamento. Io studio ancora tutti i giorni. L’atteggiamento di studente continuo è un atteggiamento difficile da mantenere perché si smette di studiare quando si trova il posto di lavoro. E questa per me è la morte nell’Arte. Bisogna avere la forza di considerarsi eternamente studenti. Non smettere mai di avere l’atteggiamento dello studente che è un atteggiamento bellissimo che ti porta a muoverti sempre, senza crogiolarti su quello che già sai.
 
-Oltre alla musica classica ci sono altri generi musicali che le interessano? Ha mai pensato di dedicarsi ad altri generi?-
Non ho mai pensato di dedicarmi ad altro, non è possibile, non ho tempo ma ci sono altri generi che amo come il Jazz. Invidio e amo tanto tutti coloro che suonano benissimo il Jazz, come per esempio Bollani, un musicista incredibile.
Sono poco frequentatrice della musica pop anche se non riesco a viverla come la classica. Rimane sempre di sottofondo. Farei fatica a leggere un libro mentre sento musica classica perché ogni nota è parte di un racconto che mi tocca nel profondo, mentre con la musica pop o leggera è un sottofondo nulla di più.
 
-Il ricordo che porta di Napolitano e del titolo di Cavaliere della Repubblica”?-
Un momento emozionante della mia vita. Quando mi hanno chiamato dal Quirinale perché presidente Napolitano aveva deciso scegliere me come “Cavaliere della Repubblica” per i meriti conseguiti nel campo dell’Arte, è stato sensazionale come la cerimonia svoltasi al Quirinale, durante la quale proprio lui mi ha premiato. Sono una sconosciuta per lo star system, quindi c’è stata una vera ricerca, uno studio tramite il quale sono arrivati al mio nome e questo è sinceramente un motivo di orgoglio perché non ho nessun rapporto con la politica ne diretta ne indiretta. Io all’inizio pensavo fosse uno scherzo. È arrivata una telefonata a casa dei miei genitori, rispose mia mamma che poi mi richiamò e pensammo fosse tutto uno scherzo. Poi capimmo che invece era tutto vero perché iniziarono ad arrivare i pass di accesso per il Quirinale.
Eravamo sette donne in campi completamente diversi. C’era per esempio Fabiola Giannotti, direttrice del CERN e altre personalità. Una cerimonia stupenda. Avere un riconoscimento istituzionale della tua carriera, del tuo lavoro è un segno davvero importante.
 
-Lei è stata l’unica a incidere su DVD “Il Re”, ultima opera di Umberto Giordano. Che esperienza è stata? Qual è il suo legame con Giordano e Foggia?-
Foggia è come sappiamo, una città culturalmente difficile, e poco si sa riguardo a quanto fatto per Umberto Giordano. Personalmente penso di aver fatto molto per il nome di Giordano, molto di più di quel che si sa. Prima di tutto abbiamo un gruppo da camera che si chiama “Ensemble Giordano” con cui ho girato il mondo, suonando la musica di questo grande compositore foggiano (oltre che quella italiana) da New York a Seul, a Buenos Aires, a Londra, Stoccolma, Barcellona, nelle più grandi capitali del mondo.
Questo perché io desidero sopra ogni cosa promuovere la figura di Umberto Giordano non solo nella sua città o in Italia, ma anche nel mondo. Io sono stata la sola ad incidere agli esordi della mia carriera come Direttore d’Orchestra (circa dieci anni fa a Foggia) il “Re”. Ma ci sono state anche altre belle iniziative che hanno purtroppo avuto poca attenzione mediatica perché Foggia non ha le forze per promuovere le cose buone che fa.
Abbiamo allestito al Teatro del Fuoco, perché il Giordano era già chiuso, un’altra opera di Umberto Giordano “Marcella”, poco eseguita, in collaborazione con il Festival della Valle d’Itria, su proposta mia e di Dino de Palma, dato che sapevamo che loro avrebbero avuto la forza di promuovere quest’opera. Loro l’hanno studiata, hanno visto che era un capolavoro e l’hanno incisa.
Così noi abbiamo potuto replicata a Foggia, ma l’idea è partita da qui, cosa che non sa nessuno. Tre anni fa a Musica Civica, di cui sono Direttore Artistico per il Teatro del Fuoco, abbiamo fatto un’altra grande operazione poco seguita, abbiamo recuperato l’unica Operetta di Giordano, “Giove a Pompei” di cui erano state bruciate alcune pagine degli spartiti. Tramite la Ricordi, le abbiamo ricostruite e ad oggi sono disponibili per chiunque desideri eseguirla. Ancora ho inciso un CD con mia sorella, Ida Fratta, ottimo tenore foggiano e Antonio de Palma, un CD per la Bongiovanni in cui sono raccolte tutte le romanze per voce e pianoforte scritte da Giordano. Il lavoro è stato davvero tantissimo, io e Dino de Palma che ha scritto una tesi sui diari inediti di Umberto Giordano ed è senza dubbio uno specialista nel campo. A Foggia abbiamo delle persone competenti e il problema è valorizzarne l’operato, farlo conoscere e darvi continuità.
 
-In tempi di elezioni, se lei potesse essere sindaco, per risollevare lo standard culturale della città cosa farebbe?-
Mi rendo conto che in momenti in cui la gente ha difficoltà importanti, pensare di impiegare tante risorse nella cultura, potrebbe apparentemente sembrare voler dar spazio al superfluo, al futile piuttosto che alle esigenze primarie dell’uomo che sono mettere il pane a tavola per se e per la propria famiglia. Ciononostante io credo che l’investimento nella cultura sia la sola strada capace di garantire quella tavola. Se fossi sindaco, di conseguenza, impiegherei tantissime risorse nella cultura, piuttosto che nella costruzione di palazzi e tutela di varie lobby della città che poco hanno a che fare con i bisogni reali di Foggia. È solo tramite l’apertura delle menti, il dare giorno per giorno da mangiare alla nostra testa, che potremo creare delle menti che sappiamo fare qualcosa per le bocche. Viceversa non è possibile creare un popolo, un senso civico, una città in cui il vivere civile è bello, agevole. In effetti non ho mai pensato ad un ruolo politico ma sarebbe una bella sfida essere sindaco. Del resto come il Direttore d’Orchestra deve coordinare un’Orchestra, un sindaco deve fare delle scelte. Io sono sicura che farei grandi  investimenti sulla cultura, sulla conoscenza di Umberto Giordano, e non solo. Oltre la musica, mi  dedicherei anche all’Arte in tutte le sue sfaccettature, alla formazione universitaria, alle opportunità di scambi culturali.
Siamo fortunati perché siamo nel Sud e viviamo in una regione eccezionale come la Puglia, che ha delle idee fantastiche.
Soprattutto negli ultimi anni, Pensiamo al Puglia Sound, o al Teatro Pubblico Pugliese, ai tantissimi bandi che offrono molte opportunità a chi sa coglierle. Ma noi foggiani non riusciamo ad attingervi perché non abbiamo l’abitudine a farlo. Davvero penso a tante realtà foggiane che non riescono a recuperare denaro.
Ad esempio, mi viene in mente la mia esperienza con l’Ensemble Giordano, un’esperienza minuscola in cui io avevo una tournée in Sud America e grazie al Bando regionale “Puglia Export” ho potuto reperire i fondi necessari per portare con me dieci persone.
Questo bando sovvenziona i gruppi che desiderano portare la musica italiana all’estero. Se noi pensiamo di non avere le risorse, se il comune piange queste benedette risorse, non arriveranno mai. Le risorse non si aspettano si cercano, si trovano andando al Ministero, bussando a tutte le porte, dicendo io voglio fare questo e quest’altro e mi dovete dare i fondi necessari. Non possiamo soltanto lamentarci di ogni cosa senza soluzione.
 
di Roberta Tibollo
Il Mattino di Foggia (28-9-2013)




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